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3° Congresso FLC CGIL: si discute di modelli di sviluppo

Una tavola rotonda con ospiti importanti discute di investimenti in ricerca e nei sistemi formativi per non lasciare indietro l’Italia e dare un futuro ai giovani.

12/04/2014
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Una tavola rotonda dal titolo molto impegnativo “La conoscenza per un nuovo modello di sviluppo”, ha chiuso la giornata di venerdì del congresso della FLC in corso a Napoli. Vai alla web-cronaca sul sito del congresso.

Questo, in estrema sintesi quello che è emerso.

  • rilancio dell’intervento pubblico in conoscenza (Pietro Greco)
  • tempi lunghi e distesi nell’educazione (Benedetto Vertecchi)
  • investimento nella ricerca (Massimo Marrelli)
  • formare, trattenere e attrarre talenti (Cristina Pedicchio)
  • innovazione industriale e di prodotto (Luigi Nicolais)
  • politiche di sistema e accesso libero ai saperi (Domenico Pantaleo)

Coordinata egregiamente dal giornalista de “Il Mattino” Marco Esposito che ha sottolineato le diseguaglianze e le divisioni causate dai tagli in conoscenza e dal federalismo fiscale che hanno penalizzato le situazioni più deboli in uno scambio tra efficienza e solidarietà, la tavola rotonda ha toccato in un’ora tematiche davvero complesse.

La politica italiana non sembra essersi accorta che il 27% dell’economia mondiale si fonda sulla conoscenza, ha detto Pietro Greco, giornalista scientifico. E sono dati in difetto. È fondamentale dunque l’investimento nella ricerca scientifica, in particolare in quella di base. Per questo però il mercato da solo non basta, ci vuole l’intervento dello stato. L’Europa deve creare una comunità scientifica propria e un’area europea della ricerca. Da questo punto di vista l’aumento degli accessi all’università è una questione anche di efficienza, non solo di equità.

Benedetto Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale a “La Sapienza” di Roma, ha criticato le comparazioni Ocse su saperi e competenze, perché – ha detto – i risultati e l’efficacia di un sistema di istruzione, di una riforma si valutano su tempi lunghi e lunghissimi (un trennenio). Vertecchi è preoccupato della deriva “utilitaristica” che ha preso l’alfabetizzazione e ha criticato i tanti lodati sistemi orientali (in cima alle classifiche mondiali), dove crescono sì i sistemi di istruzione, ma sono fortemente distruttivi dell’individuo, perché troppo finalizzati e dipendenti dall’economia.

Investire in ricerca per non restare indietro è stato l’appello di Massimo Marrelli, rettore della “Federico II” di Napoli. È un investimento che conviene anche ai nostri competitori perché alza la qualità dei sistemi produttivi.

La fuga dei cervelli ci costa 5 miliardi, dice Maria Cristina Pedicchio, presidente dell’Istituto di Oceanografia e Geofisica sperimentale. La mobilità dei ricercatori e dei talenti è un fatto positivo, ma le partenze dall’Italia sono di molto superiori agli arrivi. Noi formiamo ma non tratteniamo. Abbiamo anche troppo pochi ricercatori e questo significa minori finanziamenti. “Il turn over e le piante organiche, insieme alla mancanza di strategie, di trasparenza e di certezza nei finanziamenti ci stanno uccidendo. E – aggiunge Esposito – il clientelismo e il familismo nella nostra accademia che soffoca i talenti.

Fondamentale è la collaborazione tra enti di ricerca e università, dice Luigi Nicolais, presidente del CNR, perché la ricerca e l’innovazione hanno bisogno di giovani creativi, con senso critico e curiosità. Anche da qui nasce la competitività di un sistema. La ricerca di base è fondamentale per innovare i sistemi industriali, e questo dovrebbe coinvolgere non solo il Miur, ma anche il Ministero dell’economia. L’Italia non si è accorta che oggi l’industria richiede che chi produce e chi usa le conoscenze si parlino. E come Pedicchio anche Nicolais auspica l’assunzione di nuovi ricercatori, anche così si colma il gap che ci separa dagli altri paesi.

Parla di un pensiero strategico europeo che indichi una strada per uscire dalla crisi Domenico Pantaleo, segretario generale della FLC. E in Italia sistemi integrati anche tra conoscenza ed economia, senza però che la prima dipenda dalla seconda. Sono fallite le politiche scolastiche basate sulla divaricazione tra saperi tecnici e saperi scientifici. La settorializzazione non serve al paese. I saperi non servono solo all’economia, ma anche , e soprattutto alla democrazia. E lancia una visione strategica per un’industria di qualità, nuovi lavori legati anche alla salvaguardia dell’ambiente.

Anche da questa tavola rotonda emerge un grande bisogno di politiche, di azioni strategiche, di programmi, di coordinamento. Ma la politica di queste cose ancora non parla. Eppure siamo all’emergenza.