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25 aprile. La pedagogia morale e civile della Resistenza

Una data fondante della storia nazionale e europea. L'epilogo di una lotta della migliore gioventù che, come scriveva Thomas Mann, apriva grandi speranze

24/04/2018
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Il sindaco di Todi ha negato il patrocinio del comune alle celebrazioni del 25 aprile.

Ecco una brutta notizia. Il 25 aprile è una festa nazionale, la festa che unisce perché è la fine della dittatura e la fine dell'occupazione nazista. È la liberazione. Una data fondante della nostra storia nazionale. È triste che pezzi della politica, governanti e amministratori, la disconoscano.

Ve lo immaginate qualche governante francese che rifiutasse di celebrare il 14 luglio?

La nostra Repubblica è stata fondata da forze politiche che si sono opposte al fascismo, hanno fatto la Resistenza, hanno contribuito alla liberazione. Che oggi i partiti dominanti non vengano da quella esperienza, sono passati più di 70 anni, non giustifica alcun senso di estraneità. Dalla rivoluzione francese e da quella americana sono passati 2 secoli!

Conoscere la nostra storia non è solo un dovere civico, è fatto educativo di grande importanza. Soprattutto in un momento in cui alcuni, con discreta fortuna, paventano la perdita dell'identità nazionale. Ferma restando l'ambiguità del concetto identitario, una nazione può ritrovarsi solo condividendo la propria storia e tramandandone la memoria. L'esercizio di rimozione ideologica, la ricerca di fittizi attributi comuni e di tradizioni "inventate", la recrudescenza di un nazionalismo aggressivo e chiuso non hanno nulla di esaltante, sono divisivi e oscurano la bella parte eroica della storia nazionale che è legata a doppio filo con la storia europea e la storia mondiale.

Il nostro invito, come sindacato della conoscenza, è che non venga meno la pedagogia morale e civile legata alla Resistenza e al suo splendido epilogo del 25 aprile. La storia del Novecento va studiata, nella saggistica e nella letteratura, nell'arte e nella poesia.

Scriveva subito dopo la guerra lo storico Leo Valiani che «la storia conviene scriverla a maggior distanza di tempo e la scriverà meglio, probabilmente, chi non sia stato attore del dramma». Indirettamente ha risposto a Valiani lo storico Guido Quazza che in un libro pubblicato nel 1976 così scriveva: «In una prima fase, che si può collocare tra il 1945 e il 1955, hanno dominato la memorialistica e la storiografia di partito. In una seconda, fra il 1955 e il 1965, l’indagine filologica e la discussione metodologica. Soltanto nella terza, maturata fra il ’65 e il ’68, e con il ’68 diventata un impegno di larghe proporzioni, l’oggetto della riflessione si è ampliato e si è affrontata la Resistenza con una prospettiva di "lungo periodo"». Dopo quegli anni, però, si è anche sviluppato un filone cosiddetto revisionista a cui hanno attinto parti politiche per riscrivere la storia a proprio uso e consumo.

La nostra Costituzione dichiara che «l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento», proprio per togliere la ricerca, gli indirizzi dello studio, lo sviluppo dei saperi dalle mani di chi esercita il potere e rappresenta interessi di breve periodo.

Il 25 aprile ci appartiene come comunità nazionale e come cittadini europei. E proprio allargando lo sguardo all'Europa che celebriamo il nostro 25 aprile con le parole di Thomas Mann, scrittore tedesco, morto esule, che nel 1954 nella Prefazione alle Lettere scriveva:

«Sarebbe vana, dunque, superata e respinta dalla vita, la fede, la speranza, la volontà di sacrificio d’una gioventù europea che, se ha assunto il bel nome di Résistance, della resistenza internazionale e concorde contro lo scempio dei propri paesi, contro l’onta di un’Europa hitleriana e l’orrore di un mondo hitleriano, non voleva semplicemente "resistere", ma sentiva di essere l’avanguardia di una migliore società umana? Tutto ciò sarebbe stato invano? Inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte?» La sua risposta, perentoria è: «No, non può essere».